Montalto, nostro bene comune.

Il colore dei ricordi, di Dora Ricci Taliani de Marchio

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scan0002Quello che un uomo ha assorbito durante l’infanzia nel proprio sangue, dall’aria del suo tempo, rimane in lui,  da “Il mondo di ieri” di Stefan Zweig.

Esordisce con questa frase il libro di Dora Ricci Taliani de’Marchio con cui rivela il pretesto e l’origine del testo stesso, scritto all’età di ottant’anni in primo luogo per sé stessa per trascrivere quei  sentimenti che sono ben saldi e che però prepotentemente vogliono spiegare, raccontare il vissuto di una ragazzina di buona famiglia nel primo dopoguerra; e poi in secondo luogo ha scritto per i nipoti, per lasciare loro un tesoro da custodire gelosamente, una memoria di cui far tesoro ed insegnamento.

Le vicende narrate si svolgono in un ambito geografico compreso tra Montegallo, località appeninica della quale i Taliani sono originari, Ascoli Piceno dove sorge l’austero palazzo cittadino dell’antica casata, Roma, la città degli studi, Pievefavera, il borgo di cui la nonna di Dora possedeva un maniero in cui nel ‘700 ha vissuto Pietro Verri, l’intellettuale lombardo invaghitosi della giovane marchesa Boccaduli, signora di quel piccolo angolo dei Sibillini.

Le vicende sono narrate in prima persona, dallo sguardo attento di un’adolescente di agiate condizioni economiche, l’ultima di quattro fratelli, una mamma tanto religiosa quanto severa, dalle maniere dure e insopportabili a quell’età, e un padre amante della caccia, ma affettuoso che le spiegava quell’Italia in subbuglio negli anni della guerra e di Mussolini in cui le sofferenze accomunavano servi e padroni, contadini e podestà, in cui però la patria era un valore autentico e la vita stessa era al servizio di essa.

Dora Taliani riesce, in una miriade incessante di dettagli paesaggistici a descrivere i luoghi che vive: le stagioni della caccia a Montegallo le corse al Monte tra i campanacci delle mucche e le “foglie stellate” degli ippocastani, le discese con gli slittini di legno sui prati dei calcagni, l’arrivo nel paese e le usanze di benvenuto a S.A. Reale e Imperiale Arciduchessa Margherita d’Austria, figlia dell’Arciduca Leopoldo Salvatore e di Bianca de Bourbon y Bourbon, infanta di Spagna che sposava lo zio di Dora, Francesco allora Ambasciatore a l’Aya.

E ancora il lessico dei cacciatori, il pregare fitto fitto delle beghine le botteghe di Balzo, dove andava a pesare le granaglie con la grande bilancia ad imbuto, e l’odore dei filetti di baccalà e del grano fresco poi i personaggi di quel paese di montagna, tanto amato e vivo nei ricordi nell’olfatto, nella vista: N’tò de Miozzi, l’autista del postale, Bibbo che gestiva l’ufficio postale, il buttero Ernesto, il podestà Raimondo Impiccinini , l’eremita Don Quintino, la sarta Eulania e tanti altri ancora.

L’autrice riesce a coniugare la semplicità delle serate passate davanti ad un camino acceso nei rigidi inverni innevati e la faziosità dell’alto rango dei salotti internazionali, una ragazzina che piano piano anche con la realtà della guerra che soccombe, con l’Italia spaccata in due con rappresaglie continue che i nazisti e fascisti compivano contro i partigiani, con i miliziani spavaldi che entravano nelle case in cerca d’imboscati che cantavano “le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera” sopra le camionette militare, riesce a crescere e a distinguere “da sola quello che era giusto e quello che non lo era” .

Un libro prezioso perché racconta di una società novecentesca dissolta nel dopoguerra, di lezioni di vita e di stile e di un’educazione al rispetto della famiglia come pure dei valori autentici come l’amicizia e l’amore che non hanno colore, rango sociale e una durata ma hanno caratteri atemporali ed il libro lo testimonia.

Rossi Alessia 

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